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lunedì 22 settembre 2025

SECONDA VISIONE



Paterson altro non è che un’ode alla quinta arte: la poesia, che amo, come amo Jarmusch, autore a tutto tondo dallo stile profondamente minimalista e quest’anno vincitore del Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia con “Father Mother Sister Brother”. Nel film i riferimenti alla poesia sono numerosi ma nascosti, bisogna fare molta attenzione, tranne uno: William Carlos Williams autore del poema Paterson dedicato a questa città dove è nato il protagonista che porta lo stesso nome. È il poeta preferito del giovane, che legge e rilegge Williams, lo legge alla moglie, ed è discepolo del suo minimalismo che osserva le cose.


— Dillo, nessuna idea se non nelle cose -

nient'altro che le facce vuote delle case

e degli alberi cilindrici

piegati, biforcati da preconcetti e incidenti -

divisi, solcati, sgualciti, screziati, macchiati -

segreti - nel corpo della luce!

da “Paterson” William Carlos Williams 


Paterson osserva ciò che accade. E come insegna il buddhismo zen, la realtà è così com’è, e ogni cosa accade come l’ordine cosmico fa in modo che accada; cammina, scrive, dorme abbracciato alla moglie, conduce il bus, beve una birra, parla con una bambina che scrive poesie. La sua esistenza ha la cadenza di giorni tutti uguali ma mai realmente identici. Solo che in quella ripetizione c’è tutto il ritmo della vita e della poesia. Perché in quelle giornate scandite da orari e abitudini entrano in gioco imprevisti, incontri inattesi, frammenti di conversazioni e sfumature che arricchiscono e modificano il tempo. C’è tutto un mondo di possibilità dove, a fare la differenza, è la “quarta dimensione” il tempo.


La corsa 


Passo attraverso 

trilioni di molecole 
che si fanno da parte 
per lasciar passare me 
mentre su entrambi i lati 
altri trilioni 
restano dove sono. 
Le spazzole del tergicristallo 
cominciano a scricchiolare 
la pioggia si è fermata 
io mi fermo 
all'angolo 
un bambino 
con un impermeabile giallo 
stringe la mano di sua madre


Nelle poesie di Paterson negli occhi quasi umani di Marvin, il loro cane, nei dialoghi semplici ma carichi di umanità tra la coppia o tra gli avventori in un bar, Jarmusch sorprende e affascina con il suo mondo ideale fatto di piccole cose che sembrano invece infinitamente grandi, una nuova idea di felicità, vero e proprio “contrappasso”: una reazione radicale alla cultura del “fare” e del “consumare”.

E la scena decisiva del film ha la bellezza silenziosa del grande cinema e dei grandi haiku giapponesi perché l’enigma della vita è tutto nelle “infinite possibilità della pagina bianca”.


 Le poesie di Paterson sono scritte da Ron Padgett  e Jarmusch ha espressamente richiesto una grande cura per la traduzione italiana.

Il film Paterson è disponibile ora gratuitamente su Raiplay e su Amazon Prime.




Paterson is nothing more than an ode to the fifth art: poetry, which I love, as I love Jarmusch, an all-round author with a deeply minimalist style and this year winner of the Golden Lion at the Venice Film Festival with "Father Mother Sister Brother".

In the film the references to poetry are numerous but hidden, you have to be very careful, except for one: William Carlos Williams author of the poem Paterson dedicated to this city where the protagonist who bears the same name was born. He is the young man's favorite poet, who reads and rereads Williams, reads him to his wife, and is a disciple of his minimalism that observes things.


— Say it, no ideas but in things- 

nothing but the blank faces of the houses 

and cylindrical trees 


bent, forked by preconception and accident- 

split, furrowed, creased, mottled, stained — 

secret— into the body of the light! 

   from “Paterson” William Carlos Williams 


Paterson observes what happens. And as Zen Buddhism teaches, reality is as it is, and everything happens as the cosmic order makes it happen; he walks, writes, sleeps hugging his wife, drives the bus, drinks a beer, talks to a little girl who writes poetry. His existence has the cadence of days all the same but never really identical. Only that in that repetition there is all the rhythm of life and poetry. Because on those days marked by schedules and habits, unforeseen events, unexpected meetings, fragments of conversations and nuances that enrich and modify time come into play. There is a whole world of possibilities where, that makes the difference, it is the "fourth dimension" time.


The run


I go through 
trillions of molecules
that move aside 
to make way for me
while on both sides
trillions more
stay where they are.
The windshield wiper blade
starts to squeak.
The rain has stopped. 
I stop.
On the corner
a boy
in a yellow raincoat
holding his mother’s hand.


In Paterson's poems in the almost human eyes of Marvin, their dog, in the simple but full of humanity dialogues between the couple or among the patrons in a bar, Jarmusch surprises and fascinates with his ideal world made of small things that instead seem infinitely big, a new idea of happiness, a real "retotal": a radical reaction to the culture of "doing" and "consuming".

And the decisive scene of the film has the silent beauty of the great cinema and the great Japanese haiku because the enigma of life is all in the "infinite possibilities of the blank page".


Paterson's poems are written by Ron Padgett and Jarmusch has expressly requested great care for the Italian translation.

The Paterson movie is now available for free on Raiplay and Amazon Prime.

mercoledì 8 dicembre 2021

SECONDA VISIONE




 Il 22 maggio del 1998, Velvet Goldmine veniva proiettato come anteprima al festival di Cannes, vincendo anche il premio come miglior contributo artistico. Il film non avrebbe mai attirato a sé grosse fette di pubblico ma si sarebbe con tutto ciò imposto quasi istantaneamente come pellicola cult, e questo non soltanto grazie all’ardore manifestato per parte di amanti e nostalgici della golden age glitterata, ma anche per merito di un pubblico più giovane, che proprio grazie al lavoro svolto dal regista britannico Todd Haynes avrebbe imparato ad amare il linguaggio di un passato mai veramente sopito. Definire Velvet Goldmine come un semplice racconto di celluloide sul glam rock sarebbe nondimeno riduttivo. Il film prende senza dubbio in esame tutto l’universo di cui sopra, ma lo fa trattando la materia, oltre che in modo erudito, come fosse una vera e propria filosofia di vita, piuttosto che un genere musicale a sé stante. Il mondo del glam raccontato da Haynes è un mondo mitizzato, portato intenzionalmente all’estremo, piacevolmente ai limiti del kitsch e del farsesco. Dai costumi di scena esageratamente stravaganti, alle ambientazioni, sorrette da uno splendido lavoro di fotografia. Per mettere in scena tutto questo sfarzoso spettacolo, Haynes prende a prestito l’ascesa e il tramonto di Ziggy Stardust, l’alter ego più popolare di David Bowie per raccontare la figura problematica della scintillante glitter-rockstar Brian Slade, alias Maxwell Demon, interpretato da un eccelso Jonathan Rhys Meyers. Altrettanto grande un Ewan McGregor, Christian Bale e Toni Collette tra gli altri.

Superba la colonna sonora. Tra ottime rivisitazioni del passato e pezzi originali, che vanno dagli Stooges a Lou Reed, dai New York Dolls ai Roxy Music..

Completa, a questo link:


https://youtu.be/bHTgHussKDM?list=PLbF_xfEdcitRMX3fWfoU3I16xCanlzEyW



Su Amazon Prime la visione del film è disponibile free







mercoledì 25 settembre 2019

SECONDA VISIONE








"Conoscete Il Piccolo Principe di Saint-Exupéry? Wes Anderson è il piccolo principe fatto adulto". 
Chi conosce e ama i lavori di Wes Anderson non puo' non condividere la citazione di F. Murray Abraham, uno dei protagonisti del film Gran Budapest Hotel.
Film del 2014 che ha aperto la 64esima edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino e che si e' aggiudicato il Gran premio della giuria.
Ispirato alle opere di Stefan Zweig e' un libro nel film e anche un film nel film. 
Un intreccio di storie, racconti e aneddoti perfetto, articolato su piani temporali diversi, capace di far rivivere a chi assiste alla scena atmosfere e narrazioni passate e presenti. Una commedia rocambolesca e acrobatica, ricca di fughe e travestimenti, di personaggi variopinti, contraddittori o deliziosamente sinistri. 
Il primo e fondamentale insegnamento di questo film è che da un buon insegnamento deriva un buon apprendistato. Insegnare significa educare e l’educazione non è qualcosa che si impara sul momento e poi si dimentica come una brutta lezione di filosofia. Educare significa anche preparare una buona base per costituire il meglio. Umanità, civiltà, amicizia, fratellanza e dolcezza, sono le parole chiave portate a espressione magistrale in Grand Budapest Hotel. Un film che insegna a vivere e a con-vivere, cioè a vivere con sè stessi essendo amici di sè stessi, per usare un’espressione di Seneca, e al contempo ad essere amici degli altri.

lunedì 21 maggio 2018

SECONDA VISIONE




Ancora una volta il sublime comedian Bill Murray. La regia è del guru del cinema indie Jim Jarmusch. È il 2005 e nasce un piccolo grande film che è un giallo dei sentimenti, l’inchiesta di un uomo dentro il proprio passato. Un maturo signore che ha amato molte donne riceve una lettera anonima in cui gli si dice di un figlio diciannovenne che non ha mai conosciuto. Chi è la mittente? Don Johnston incomincia un viaggio tra le donne della sua vita per capire chi è la madre, e dov’è quel figlio. Siamo lontani da ogni sentimentalismo e all’opposto esatto del melodramma.
Comincia così: la telecamera segue una lettera rosa. Da quando viene battuta a macchina e poi imbucata, a quando viene smistata negli uffici postali, a quando viene caricata sul camion per la consegna. La lettera arriva alla fine davanti a Don (un imperturbabile Bill Murray), un uomo che nella vita ha avuto successo, ma ormai sembra annoiato da ogni cosa: lo conosciamo nel momento in cui viene mollato dalla fidanzata (molto più giovane di lui), senza mostrare nessuna particolare reazione. Nel suo viaggio Don riscopre i fiori appassiti, che non sono solo i suoi vecchi amori, ma anche la vita che ha vissuto, gli ideali in cui (forse) credeva, gli anni ’70.
Amo moltissimo Bill Murray, la sua interpretazione qui è grandiosa come la sua grande capacità di lavorare di "sottrazione".
Nella ricerca di Jarmush non c'è pessimismo ma una grande lucidità di analisi, non trova una risposta alle domande esistenziali di Don, perché una risposta non esiste.
Ma la consapevolezza è un buon punto di partenza.