giovedì 25 luglio 2019

SOLUZIONE

“Amami o odiami, entrambi sono in mio favore. Se mi ami sarò sempre nel tuo cuore. Se mi odi sarò sempre nella tua mente.”


Il Sogno d’una notte di mezz’estate è una meravigliosa fiaba, e come tale può essere letta, gustandone i molti momenti di poesia “pura”: i bellissimi notturni illuminati dalla luce della luna, le danze delle fate, le variazioni sul tema della natura dell’amore. E’ possibile anche abbandonarsi ad una lettura soggettiva, dato che ognuno di noi nella vita si è trovato coinvolto nella classica situazione “A ama B, ma B ama C”, con le relative varianti, e avrebbe dato chissà che per disporre del filtro fatato di Oberon per mettere le cose a posto.
Ma è anche un vero e proprio teorema sull’amore e sul nonsense della vita degli uomini che si rincorrono e che si affannano per amarsi, che si innamorano e si desiderano senza spiegazioni, che si incontrano per una serie di casualità di cui non sono padroni. Un gioco, a volte divertente a volte crudele, di specchi e di scatole cinesi che rivelano quanto la vita degli uomini sia soggetta a mutamenti inspiegabili e come il meccanismo del “teatro nel teatro” riveli la verità più profonda della vita. Gli uomini si affannano in un folle girotondo e nel frattempo le fate si burlano di loro per soddisfare i propri capricci: il dissidio tra Oberon e Titania, infatti, sconvolge la natura e le stagioni mentre un magico fiore rompe le dinamiche degli innamorati che si scambiano ruoli e amanti. In questo turbine di parallelismi e proiezioni si sviluppano le vicende del Sogno imbastito su tre piani, tre regni differenti ognuno dei quali è regolato da linguaggi e dinamiche specifiche. Il mondo delle fate è un mondo parallelo, mentre Oberon e Titania sono proiezioni Oberononiriche del duca d’Atene e della di lui futura sposa. Gli eterei sovrani però, sono più vivi degli uomini. La legge che li governa è la natura intesa come passione, sensualità e debolezza. Non sono astratti ed inconsistenti ma masticano piuttosto passioni e pensieri senza dubbio umani. Al contrario la razionalità e la legge dominano il mondo degli uomini. Quello degli artigiani rappresenta invece il mondo dell’arte che avvicina e mette in comunicazione gli altri due e si fa portatore di un legame indissolubile tra la vita reale e quella ideale. Uno spettacolo sul dissidio continuo e inevitabile tra ragione e istinto, tra apollineo e dionisiaco, tra il bello e il bestiale che vive in ognuno di noi e sulla riflessione quanto mai attuale di come nell’uomo questi due aspetti debbano necessariamente convivere.

sabato 20 luglio 2019

GIOCO DEL SABATO

 





Il tempo di un week end per scoprire la citazione tratta da Sogno di una notte di mezza estate di
William Shakespeare

lunedì 1 luglio 2019

LUGLIO

 

                                               Yves Klein  -   Hiroshima    -    1961


In appena trentaquattro anni, tanto è durata la sua vita, e in soli sette anni di attività artistica, ha lasciato in eredità al mondo dell’arte oltre mille opere. Pur sperimentando la scultura, la pittura, la scrittura e pur essendo un grande appassionato di judo, il suo nome rimane legato a un colore: il blu.
“Essenziale, potenziale, spaziale, incommensurabile, vitale, statico, dinamico, assoluto, pneumatico, puro, prestigioso, meraviglioso, esasperante, instabile, esatto, sensibile, immateriale”. Così si espresse Yves Klein dopo aver creato il suo colore: International Klein Blue o meglio conosciuto come il blu Klein e siglato I. K. B.
“Sono giunto a dipingere il monocromo perché sempre di più davanti a un quadro, non importa se figurativo o non figurativo, provavo la sensazione che le linee e tutte le loro conseguenze, contorno, forme, prospettiva, componevano con molta precisione le sbarre della finestra di una prigione.”
Klein decide quindi di limitarsi a lavorare con un unico colore che di conseguenza avrebbe dovuto essere straordinario, intenso, evocativo. Sceglie il blu, o meglio, una particolarissima sfumatura di blu oltremare, che l'artista definisce "l'espressione più perfetta di blu. Il blu: la verità, la saggezza, la pace, la contemplazione, l’unificazione di cielo e mare, il colore dello spazio infinito, che essendo vasto, può contenere tutto. Il blu è l’invisibile che diventa visibile. Non ha dimensioni. E’ oltre le dimensioni di cui sono partecipi gli altri colori”.
E' impensabile poter riassumere in poche righe la vita, le idee e le opere, alcune antesignane come le Anthropométries, di questo artista. 
Per approfondire consiglio T. Gilabert, Blu K. Storia di un artista e del suo colore, Skira editore.

sabato 1 giugno 2019

GIUGNO

                                     
Frederic Leighton  -  Flaming June  -  1895


Frederic Leighton, il più eccentrico dei preraffaelliti, che avvampò di arancione gran parte delle sue tele, dipinse Flaming June tra il 1894 e il 1895. Il ritratto passò di mano in mano fino al 1963, quando apparve nella vetrina di una galleria londinese in vendita per circa mille sterline. Il collezionista Luiss Ferré  lo vide e restò fulminato. Fu quell’arancione a conquistarlo. Ferré ne tradusse il titolo in Sol ardiente de junio e lo elesse a simbolo della sua intera collezione nel Museo de Arte de Ponce a Porto Rico dove si trova tutt'ora. 
La giovane donna che sembra immersa in un sonno profondo, lontana da questo mondo e priva di qualsiasi difesa è Dorothy Dane, forse amante del ricco Lord, ma su questo non ci sono testimonianze concrete. In ogni caso la sua bellezza conquistò il mondo tanto da permetterle, in seguito, di diventare un'attrice famosa, supportata all'inizio della carriera proprio da Leighton.
Dall’antichità alla fine del XIX secolo, un minerale vulcanico trovato nelle fumarole sulfuree era la principale fonte per la produzione di pigmento arancione.
L’orpimento (solfuro di arsenico) è un minerale altamente tossico, come è noto, è ricco di arsenico e “matura” in una varia tonalità di colori che vanno da un giallo miele ad un arancio intenso quando viene posto sul fuoco.
Convinti che potesse essere un ingrediente chiave nella creazione della pietra filosofale, per secoli gli alchimisti si esposero senza riserve al contatto con questa sostanza tossica.
E così anche gli artisti per i quali entrare nel mistero nascosto dell’arancione era flirtare, allo stesso tempo, con la morte e l’immortalità.

martedì 21 maggio 2019

E per chi ama la fotografia

un'occasione direi unica: le due prime donne di Magnum sono protagoniste di altrettante retrospettive parallele in Italia: la Morath a Treviso, in Casa dei Carraresi, e la Arnold a Villa Bassi. Eve Arnold contende ad Inge Morath il primato di prima fotografa donna entrata a far parte della Magnum.
Serviva lo sguardo coraggioso di una donna per rompere il monopolio maschile dei giganti della Magnum e offrire un altro punto di vista per i ritratti e i grandi reportage che hanno fatto la storia del racconto per immagini. La mitica agenzia fotografica fondata a Parigi nel 1947 da Robert Capa e Henri Cartier Bresson, aprì nel 1951 le porte a Eve Arnold, prima donna a entrare nel cenacolo di maestri dello scatto. 
A far entrare Eve Arnold nella Magnum fu Cartier-Bresson, colpito dalle immagini di una sfilata di moda di modelle nere nel quartiere afroamericano di Harlem, bocciate per la pubblicazione in America perché ritenute troppo scandalose e poi uscite sulla rivista inglese Picture Post. Le donne viste da una donna sono state uno dei temi di spicco della grande artista. Marlene Dietrich, Marilyn Monroe, Joan Crawford sono tra le dive più famose della sua collezione. Poi furono le donne afghane ad occupare la scena per il progetto "Dietro al velo", sulla condizione femminile in Medio Oriente. A Long Island realizzò uno dei reportage più toccanti della sua carriera: "A baby's first five minutes", raccontando i primi cinque minuti di vita dei piccoli nati al Mother Hospital di Port Jefferson.  Fu sul set di "The Misfits", "Gli spostati", con Marylin Monroe e Clark Gable, con la regia John Houston e la sceneggiatura Arthur Miller, all' epoca marito della Monroe. E ancora realizzò un reportage su Malcom X, il leader radicale della protesta nera per poi dedicarsi alle stelle del cinema e ai grandi reportage in giro per il mondo, in particolare Afghanistan, Cina.
Inge Morath è la fotografa che scattò la foto di un lama dentro una macchina a New York. La moglie di Arthur Miller e madre della bellissima Rebecca, commediografa, regista. A sua volta moglie di Daniel Day Lewis. Intelligente, libera, cosmopolita, curiosa. Attraversa l’Europa, viaggia in Nord Africa e in Medio Oriente. Parla molte lingue, compreso il mandarino, appreso per ottenere il visto per visitare la Cina.
Anche lei approda a Reno, nel deserto del Nevada, sul set del film Gli spostati, film “maledetto” per molte ragioni. Fu l’ultimo lavoro di Marilyn Monroe. Clark Gable morì 12 giorni dopo la fine delle riprese e alcuni componenti della troupe si ammalarono per effetto delle radiazioni atomiche. Su quel set Inge conosce Arthur Miller, all’epoca sposato con Marilyn Monroe.Dopo il divorzio dalla diva, i due si sposeranno e rimarranno insieme per tutta la vita. 
Superlativi rimangono i suoi ritratti dei geni degli Anni 50/60. Harold Pinter, Anais Nin, Pablo Neruda, Doris Lessing, Pablo Picasso e Giacometti, per citare i più famosi.


Eve Arnold. All about women
Abano Terme, 17 maggio - 8dicembre

Inge Morath: la vita, la fotografia
Casa dei Carraresi, Treviso fino al 9 giugno