martedì 1 dicembre 2020

DICEMBRE





 "so che la mia vita sarà un viaggio continuo su un incerto mare, è una ragione per costruirmi un solido battello"


Amo i colori puri di Nicolas de Stael. Amo le sue opere. Eccone una selezione con due diversi commenti musicali. A scelta. Chi era lo potete leggere qui.

Buon tutto a tutti




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domenica 1 novembre 2020

NOVEMBRE


Edward Hopper  -  Autoritratto  -  1925

Sebbene Edward Hopper abbia disegnato e dipinto numerosi autoritratti nei suoi primi anni come artista, questo è uno dei pochi che ha completato durante la fase matura della sua carriera. Intorno al 1918, Hopper realizzò un'incisione in cui ritraeva se stesso con indosso un cappello. In Autoritratto, conserva la posa di questa immagine precedente, mentre il suo aspetto maturo e premuroso suggerisce gli effetti del passare del tempo. Vestito in giacca e cravatta, Hopper non dà indicazioni sulla sua professione; infatti, appare come l'antitesi dello stereotipo dell'artista bohémien. Anche se lo spazio interno che Hopper occupa è anonimo, il suo cappello suggerisce un momento di transizione: che sta andando da qualche altra parte. Come tante delle persone che ha ritratto sui treni, negli hotel e nelle sale d'attesa, Hopper viene catturato in un momento contemplativo, impegnato in una scena che accenna a possibilità narrative ma rimane misteriosa.


 


giovedì 1 ottobre 2020

OTTOBRE

 

                                                                  Gustave Caillebotte  - Autoritratto  -  1892

Se pensiamo agli impressionisti, pensiamo a Monet, Manet, Renoir, Degas, qualche volta Sisley o Pissarro. Ma accanto ai nomi principali, ci furono anche artisti che non sono finiti nell’immaginario collettivo e non perche' fossero figure meno suggestive dei loro colleghi più famosi. Uno di questi artisti solitamente dimenticati dal grande pubblico è Gustave Caillebotte. 

Eppure Caillebotte è stato uno degli impressionisti più moderni e innovativi, decisamente avanti rispetto ai tempi. Pochi altri, come Caillebotte, negli anni Settanta dell’Ottocento compresero l’importanza dell’aiuto che l’appena nata fotografia poteva apportare alla pittura. Ne risulta, dunque, che i dipinti di Caillebotte ci appaiono come vere istantanee della vita parigina di fine Ottocento.

Il suo talento era noto ai contemporanei come pero' la sua fama di garçon riche (“ragazzo ricco”) che faceva sì che molti lo considerassero poco più che un dilettante che poteva permettersi di oziare dipingendo. E proprio grazie alle sue ricchezze, Caillebotte si diede parecchio da fare per il gruppo dei pittori impressionisti, di cui egli fu parte integrante. Diventò insomma non soltanto uno dei maggiori pittori del gruppo, ma ne fu anche uno dei principali mecenati. Dopo la sua scomparsa prematura, i suoi esecutori testamentari fecero rispettare le sue volonta. Aveva infatti scritto nel suo testamento, già redatto nel 1876: “Io dono allo Stato i dipinti che possiedo; tuttavia, siccome voglio che questo dono sia accettato nella misura in cui le opere non finiscano in una soffitta o in un museo di provincia, ma finiscano prima al Luxembourg e poi al Louvre, è necessario che trascorra un po’ di tempo prima che questa clausola venga eseguita, e cioè fino al momento in cui il pubblico non dico che capirà queste opere, ma almeno le accetterà”. Caillebotte aveva previsto bene.


                                               

martedì 1 settembre 2020

SETTEMBRE


Pin su Autoritratto

                                             Gustave Courbet  -  Autoritratto con pipa  -  1846


«Ho cinquant’anni ed ho sempre vissuto libero; lasciatemi finire libero la mia vita; quando sarò morto voglio che questo si dica di me:Non ha fatto parte di alcuna scuola, di alcuna chiesa, di alcuna istituzione, di alcuna accademia e men che meno di alcun sistema: l’unica cosa a cui è appartenuto è stata la libertà.»


Lascio che si presenti cosi Gustave Courbet, con le parole definite il suo testamento spirituale. Ho scelto questo autoritratto al posto del celeberrimo "Uomo disperato" perche' raffigura perfettamente l'espressione serena dell'uomo libero. 

Alla ricerca del vero sé, durante la giovinezza ama ritrarre se stesso con la stessa impetuosità che caratterizzerà tutta la sua produzione; ha solo venticinque anni e dei numerosi dipinti da lui realizzati solo tre vengono considerati idonei all’esposizione al Salon. Anche questo viene respinto. Ma l’artista non si arrende e continua a dipingere con quello stile singolare che segnerà la storia dell’arte. Fino ad arrivare all'opera più famosa nella rivisitazione del nudo: "L’origine del mondo” (1866). Si tratta di un dipinto unico nel suo genere in cui non si vede il viso della donna ritratta, ma semplicemente il suo sesso.

Il quadro, considerato uno dei massimi capolavori del realismo francese, ancora oggi tale desta scandalo; qualche anno fa, alcune copie di un libro che ponevano in copertina l’immagine di tale dipinto sono state sequestrate dalla polizia portoghese perché ritenute “pornografiche”. Forse colui che ne aveva ordinato il sequestro non aveva ben chiaro il significato di pornografia.

Molte sono le ipotesi, tutte contrastanti tra loro, sull’identità della modella ritratta.

Ancora oggi non è stato possibile identificare il volto della donna di quel dipinto “scandaloso”.

Alla caduta del Secondo Impero, nei primi anni ’70, Courbet viene nominato presidente della Federazione degli Artisti, nata con lo scopo di diffondere l’arte e affrancarla dalla censura. Nello stesso anno gli viene offerta la Legion d’Onore da un ministro dell’imperatore, ma il pittore rinuncia alla carica pronunciando le seguenti parole: «L’onore non sta in un titolo, né in una decorazione, ma negli atti e nei movimenti delle azioni».

giovedì 27 agosto 2020

LA LIBERTA' DI SCEGLIERE


C’era una volta un principe, in Danimarca o forse due. Il primo principe era pallido e pensieroso e portava un colletto a gorgiera. Il secondo era biondo e bello, e anche se non era nato aristocratico sentiva di avere qualcosa di regale.

Tutti e due erano innamorati: il primo, Amleto, amava la figlia di un cortigiano, Ofelia; il secondo, Søren Kierkegaard, doveva sposare una diciassettenne di nome Regine. Tutti e due erano filosofi. Tutti e due sentivano di avere una missione: il primo doveva vendicare il padre; il secondo una vocazione filosofica. Erano missioni rischiose, e i due lo sapevano; sapevano anche che, per portarle a compimento, sarebbero stati costretti a mettere in pericolo i loro amori. Ponderarono a lungo possibilità e decisioni, soppesarono alternative. Si tormentarono, perché scegliere è difficile soprattutto per chi è malato di riflessione, come scrisse Kierkegaard di Amleto, forse pensando a sé. Tutti e due rinunciarono all’amore.

Lo fecero con una crudeltà quasi insostenibile. Fu un vero sacrificio; un sacrificio segreto, violento e formidabile. Amleto, per tener fuori Ofelia dal suo piano di vendetta, mentre testimoni invisibili li spiano da dietro le tende ha con lei un colloquio che fa accapponare la pelle. Nega di averla mai amata; la deride, la distrugge. Perché lei lo possa detestare, perché possa essere libera, cerca in tutti i modi di rendersi spregevole ai suoi occhi. La sbeffeggia con la crudeltà che solo un amore non ancora finito può consentire. Qualcosa di molto simile fa Kierkegaard. Dopo un anno di fidanzamento con Regine, decide che non potrà mai essere un marito né un padre di famiglia, e neppure un uomo come tutti gli altri; rompe la promessa esattamente come Amleto. Scrive a Regine, una dietro l’altra, lettere che fanno a brandelli i giorni felici, le speranze, la dolcezza, tutto.

I due principi compresero che per poter essere buoni bisogna saper essere crudeli, qualche volta. Amleto dice la frase tremenda: I must be cruel only to be kind. Non che l’epilogo dei loro amori sia poi stato felice: fu tragico come tragica era stata la scelta. Perche' una possibilità si avveri, bisogna sacrificarne un’altra.

È uno di quei paradossi morali di cui talvolta si appropria il senso comune rendendoli placidamente accettabili: come proverbi. Meglio un rimorso che un rimpianto, si dice. Ma se non fosse vero? Il rimorso, per cominciare, non esclude affatto il rimpianto. Ed è sbagliato pensare che il rimpianto nasca dall’inazione; nasce, semmai, dalla convinzione di non aver agito ma anche non scegliere è una scelta. 

Ecco che per rendere reale una possibilità, ne hanno cancellata un’altra, confinandola nel limbo dei rimpianti: l’hanno fatto con una crudeltà che merita di essere ripagata col rimorso. Perché non si può scegliere senza macchiarsi. Non ci sono scelte senza conseguenze.

Il rimpianto annebbia lo sguardo sul passato ed è un modo per nascondere il maggiore dei privilegi, che è anche il più grande dei problemi: la libertà di scegliere. Ci convinciamo di non avere scelto, di non aver avuto scelta; ci condanniamo, così, a un placido risentimento da cui non si può tornare indietro. È solo un modo per ricomprarsi un inutile surrogato di innocenza.



da una rilettura di I. Gaspari